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Arts & Culture / Culture
Ott 11 - 2023
Tempo di lettura: 3'

Scatti che colpiscono. Dentro il lavoro di Steve McCurry, Dario Mitidieri e Joey L.

Tre stelle della fotografia internazionale attraverso il commento personale di Giuseppe Ceroni di Sudest 57.

TEMPO DI LETTURA 6′

Steve McCurry, Dario Mitidieri e Joey L. sono tre fotografi di grandissima fama che sono rappresentati in Italia dall’agenzia Sudest 57. Questi fotografi appartengono a tre generazioni diverse, provengono da nazioni diverse e hanno ognuno una storia differente. Tutti, però, hanno dimostrato lo straordinario potere che la fotografia può avere sulla società. I loro scatti hanno spesso avuto la capacità di accendere le luci dell’opinione pubblica su luoghi, culture, problemi e fragilità del nostro mondo.

Per scoprire come lavorano questi artisti e cosa li muove, abbiamo interpellato Giuseppe Ceroni che, con l’agenzia Sudest 57, lavora a stretto contatto con ognuno di loro. Occupandosi del settore della consulenza e produzione fotografica, Sudest 57 è infatti al fianco di questi fotografi nelle diverse fasi di sviluppo di specifici progetti commissionati, gestendo il loro rapporto con il committente e le parti contrattuali. Ecco allora, per chi ancora non li conoscesse, una breve introduzione su di loro.

© Steve McCurry. Dust Storm, India 1983

 

Steve McCurry: la leggenda vivente

 

Nato nel 1950, non ha bisogno di presentazioni. È il fotografo in attività più conosciuto al mondo, una vera e propria popstar, con un pubblico ampio ed eterogeneo per età e estrazione sociale. Oltre ad avere realizzato alcune delle immagini più iconiche del secolo (sua è la “Ragazza Afghana”), ha un archivio fotografico composto da una quantità e una qualità impressionante di scatti, frutto di in una carriera che dura da più di 40 anni. Fra i tantissimi lavori, anche il progetto personale Imagine Asia l’associazione di cui è fondatore Steve McCurry con sua sorella Bonnie. L’associazione, realizza progetti concreti in Afghanistan con un’attenzione particolare ai bambini e le donne.

 

Dario Mitidieri: dalla parte dei diritti

 

Nato nel 1959, è un fotografo italiano di caratura internazionale e uno dei più premiati. Il suo è un lavoro da vero reporter, senza trucchi, ma con un approccio gentile e sensibile verso i temi trattati. In ogni sua fotografia ci sono intrecci di storie, racconti ed emozioni. Mitidieri è uno dei grandi ad avere “la foto iconica”, proprio come Steve McCurry, Henri Cartier-Bresson, Elliott Erwitt, James Nachtwey, Gianni Berengo Gardin e pochi altri. La serie “Lost family portraits” ha acceso l’attenzione mondiale sulla condizione delle famiglie siriane rifugiate in Libano.

© Dario Mitidieri. Savita, the girl on the pole, Bombay 1992

 

Joey L.: oltre la fotografia

 

Nato nel 1989, è professionista dall’età di 17 anni, ed è uno dei giovani più interessanti nel panorama della fotografia internazionale. Il suo è un percorso significativo come ritrattista, storyteller e video-maker. Da sempre alterna produzioni commissionate al suo lavoro personale. Joey L. ha da poco pubblicato il suo ultimo libro “Ethiopia”, una raccolta di immagini di oltre di 10 anni di lavoro, ha ricevuto diversi riconoscimenti per il suo cortometraggio “People of the Delta”, e ha collaborato anche con molti brand impegnati in attività sociali.

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© Joey L. Novartis Annual Report. Tuya's family. Mongolia 2018

Davanti a questi profili e ai loro lavori, abbiamo dunque chiesto a Giuseppe Ceroni qualche commento.

D. Secondo te, che li conosci anche personalmente, che cosa accomuna questi fotografi?

R. Può sembrare banale, ma ciò che accomuna questi grandi autori è la passione per il loro lavoro. Per esempio, ho visto con i miei occhi Steve McCurry prendere la macchina fotografica e uscire in strada per una sua sessione di street photography dopo una giornata intensa di shooting per un cliente… E lo stesso vale per Dario che ha sempre la sua Leica con sè. Ma anche Joey L., lui è l’incarnazione della dedizione al lavoro in tutte le sue fasi.

Dopo una lunga giornata di shooting, Steve prende la macchina e esce per strada per continuare a scattare.

D. E cosa, invece, li rende unici?

R. È difficile definire questi autori in una parola sola, ma posso dire che Steve McCurry è unico per il senso della composizione e il sapiente uso del colore, ma anche per la sua capacità di vedere la scena. Dario Mitidieri per la capacità di saper isolare la situazione e restituire i confini di una storia. Joey è unico per la sua metodologia di lavoro, che gli permette di avere sotto controllo ogni fase.

D. Oltre alla foto iconica, al singolo progetto personale, qual è il senso e il vantaggio per un brand, una Fondazione o un’organizzazione di attivare un progetto con professionisti come loro?

R. Sudest 57 nasce nel 2002 proprio con l’idea di mettere in connessione i grandi autori della fotografia con le aziende e le fondazioni per creare collaborazioni speciali per entrambe le parti. Poter comunicare attraverso artisti riconosciuti, che condividono la loro visione restituendo immagini più personali e coinvolgenti con una sensibilità diversa dai fotografi pubblicitari o di moda, portando energia, stimoli nuovi e dibattiti anche all’interno della vita aziendale. Inoltre i progetti così realizzati, entrano poi a far parte della storia del brand o della Fondazione. Per gli artisti, oltre che per l’aspetto economico, somme che spesso vengono reinvestite progetti personali di ricerca artistica, è un modo di accettare nuove sfide e condividere la loro arte.

D. Come nascono i migliori progetti di fotografia sociale?

R. Non esiste una sola ricetta, ma esistono tanti esempi diversi che possono dimostrare che è possibile costruire progetti potenti, capaci di avere impatto sulla società.
Possono essere progetti di raccolte fondi, come per esempio quello realizzato tempo fa per l’associazione “Doppia Difesa” con Eolo Perfido, per cui ha ritratto 30 uomini che tengono in mano una scarpa rossa, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza sulle donne.

Altri, come il già citato progetto “Lost Family Portraits” di Dario Mitidieri, che fu realizzato con l’organizzazione Cafod e l’agenzia M&C Saatchi per raccontare la crisi dei rifugiati siriani.

Ma anche progetti totalmente sostentuti da un brand, con uno scopo informativo/divulgativo, come il progetto di sostenibilità Tierra! di Lavazza, una documentazione fotografica realizzata in più di 10 anni da Steve McCurry; o quello di Joey L. per Novartis, che ha viaggiato in sei Paesi di quattro continenti per fotografare le storie che cambiano la vita di medici, scienziati e pazienti.

D. Le opportunità migliori nascono sempre e solo con produzioni nuove?

R. No, non per forza. Ricordo, ad esempio, la mostra “Children” organizzata a Bologna per la Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza proclamata dalle Nazioni Unite. in questa occasione furono selezionate alcune delle immagini di bambini più significative di Dario Mitidieri, Steve McCurry ed Elliott Erwitt, accendendo grande interesse mediatico sul tema e di pubblico. Venendo ad oggi, a novembre 2023 ci sarà GoodstArt la seconda edizione di un importante progetto charity con il mondo dell’arte. L’asta, realizzata con Christie’s e Triennale Milano raccoglierà fondi per il Centro di Riabilitazione neuromotoria per bambini che Fondazione Tog inaugura in autunno a Milano. Quattro dei nostri autori – Dario Mitidieri, Susi Belianska, Eolo Perfido e F31 – hanno donato ciascuno una fotografia a loro cara del loro archivio.

La fotografia ha la forza unica di poter trasmettere un messaggio in un istante ma si può anche rimanere a guardarla per ore.

D. E tu, credi davvero che la fotografia possa agire per il cambiamento?

R. Sì, io credo che un’immagine possa davvero trasmettere messaggi efficaci e agire sul cambiamento. O meglio, è già successo.

Utilities / News
Mag 16 - 2024
Tempo di lettura: 1'

Come rendere una convention coinvolgente: il nostro concept-evento per Illumia

Da Giacomo Poretti a Nicola Laurora: una plenaria con ospiti speciali ed esperienze immersive ispirate ai nuovi valori di brand.

Quella del 2024 è stata un’edizione speciale del Give&Go, l’incontro annuale di Illumia dedicato alla riflessione sui traguardi aziendali e al lancio dei nuovi obiettivi. Il momento per celebrare il milione di clienti raggiunto, rivelare i nuovi brand values e ispirare collaboratori e dipendenti ad affrontare il futuro con un’attitudine positiva. Per questo, abbiamo lavorato in sinergia con Illumia per creare un evento che potesse far sentire ognuno parte di questo cambiamento.

Velocità, coraggio, bellezza, fiducia, conoscenza, gratuità: abbiamo presentato i sei nuovi valori di Illumia come sei spinte per cambiare; sei strumenti utili per ogni dipendente per affrontare le sfide future col mindset giusto.

Sulla base di questi, abbiamo ideato e costruito diverse esperienze che hanno unito storia, sport e street art, con alcuni special guest: Francesco Seveso (allenatore di boxe e psicologo sportivo di un giovanissimo Charles Leclerc), lo storico medievalista Federico Canaccini, l’illustratore Nicola “Nico189” Laurora (che ha dipinto un murales, coinvolgendo direttamente i dipendenti nella sua realizzazione) e l’attore Giacomo Poretti, che ha chiuso la convention con un monologo e un’intervista.

Oltre al concept-evento, abbiamo anche realizzato tutti i materiali di comunicazione: contenuti audio, video, grafiche e gadget.

Siamo consulenti di comunicazione di Illumia da nove anni: siamo orgogliosi di accompagnare l’azienda anche nell’evoluzione in atto, e di aver contribuito a rendere questa plenaria così significativa un’esperienza memorabile, coinvolgente e innovativa.

Entertainment / Tips
Mar 28 - 2024
Tempo di lettura: 4'

Come stare al passo con l’IA? Ecco le voci da seguire

Entra nel cuore dell’innovazione ascoltando le voci e le opinioni che stanno plasmando il nostro futuro. Scopri chi seguire e… Tieni il passo con le ultime novità!

Nel frenetico mondo dell’intelligenza artificiale, restare al passo è un elemento imprescindibile per la crescita professionale. Ma con la moltitudine di canali e fonti che esistono là fuori, scegliere le voci che valgono può diventare una ricerca impegnativa e far perdere molto tempo.

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Letture e ascolti: ecco la nostra lista

Per rispondere a questa esigenza di restare aggiornati, abbiamo rintracciato voci autorevoli provenienti da varie industrie, culture e discipline. Perché crediamo che sia cruciale diversificare le fonti per esplorare notizie e conoscenze sempre fresche.

Ecco, quindi, la nostra lista di persone e podcast che fareste bene a seguire se siete desiderosi – come noi – di esplorare le ultime innovazioni nel campo dell’intelligenza artificiale.

VISIONARI CAPACI DI INFLUENZARE IL FUTURO

Geoff Hinton: Il Padre del Deep Learning

Perché seguirlo? Il lavoro innovativo di Hinton sulle reti neurali e sull’IA ha aperto la strada per l’apprendimento automatico contemporaneo. Ex Google, Hinton rimane oggi al timone del futuro dell’AI.
Dove seguirlo? Su YouTube, sul suo feed su X/Twitter e attraverso le sue pubblicazioni su Google Scholar.

 

Andrej Karpathy: tra AI e società

Perché seguirlo? Precedentemente Direttore dell’IA in Tesla e membro del team fondatore di OpenAI, Karpathy ha uno sguardo unico sull’integrazione dell’IA nel tessuto della società e sulle sfide della tecnologia.
Dove seguirlo? Sul suo account X/Twitter, sul suo sito web e sul canale YouTube.

 

Fei-Fei Li: sostenitrice dell’AI Etica

Perché seguirla? Membro dell’Institute for Human-Centered AI di Stanford, Li mette forte enfasi sull’uso etico dell’IA, un’area sempre più critica nello sviluppo della tecnologia.
Dove seguirla? Su YouTube si possono trovare le sue interessanti interviste con considerazioni e approfondimenti sull’IA etica.

PODCAST E PODCASTER CHE MERITANO L’ASCOLTO

AI Chats di Jaeden Schafer

Perché ascoltarlo? Perchè questo podcast esplora il mondo di ChatGPT, le ultime notizie sull’IA e il suo impatto sulla nostra vita quotidiana con discussioni approfondite e interviste con i principali esperti del settore. Jaeden Schafer, riconosciuto a livello globale come uno dei migliori podcaster sull’IA, guida la conversazione di ogni episodio combinando rigore accademico e esperienza pratica.

Practical AI: The capacity for good

Perché ascoltarlo?Perché è un podcast che esplora il lato positivo dell’intelligenza artificiale. La serie parla dell’intersezione tra automazione AI, supporto clienti e customer experience e approfondisce storie vere di come l’IA abbia migliorato la vita delle persone.

The AI Breakdown di Nathaniel Whittermore

Perché ascoltarlo? Questo podcast è un’analisi giornaliera delle notizie su tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale: dall’esplosione di creatività portata da strumenti come Midjourney, ChatGPT e AutoGPT alle potenziali trasformazioni nel lavoro e nelle industrie. Whittermore è un consulente indipendente di strategia e comunicazione, nonché un podcaster esperto.

Last Week in AI

Perché ascoltarlo? Perché è un appuntamento settimanale che riassume e discute gli sviluppi più interessanti nel campo dell’IA, nel deep learning, nella robotica e molto altro ancora!

Hard Fork – The New York Times

Perché ascoltarlo? Ogni settimana, i giornalisti Kevin Roose e Casey Newton esplorano e spiegano gli ultimi cambiamenti nel mondo – sempre in rapida evoluzione- della tecnologia.

ESPLORIAMO PER CRESCERE

Il mondo dell’IA pullula di innovazioni e di discussioni, e trovare dei punti di riferimento può essere molto utile. In questo campo in continua evoluzione, le voci più interessanti possono infatti aiutarci ad arricchire le nostre conoscenze, ma anche ispirarci e guidare le scelte utili per la nostra crescita. Che tu sia dirigente, imprenditore o studente non importa, in questo momento siamo tutti chiamati a misurarci con qualcosa di nuovo, che non conosciamo. Quindi, non ci resta che restare curiosi, informati e, soprattutto, non smettere mai di cercare!

Innovation / Insights
Feb 14 - 2024
Tempo di lettura: 3'

Blossom AI HUB. Che cosa intendiamo per evoluzione

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione digitale e stiamo per assistere a un cambiamento epocale: qualcosa che andrà oltre la tecnologia e che è pronto a diventare parte del nostro tessuto sociale e culturale.
Più o meno consapevolmente, ci stiamo sempre più allontanando dai metodi tradizionali e, mentre abbracciamo l’intelligenza artificiale, stiamo già vedendo i primi grandi cambiamenti nelle interazioni umane, nell’industria e nei sistemi di potere.

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IL LUOGO DEL CAMBIAMENTO

Il fatto è che, con la vita che procede a un ritmo sempre più veloce e con un panorama tecnologico in costante evoluzione, è facile sentirsi sopraffatti. Il bombardamento di novità digitali e il continuo afflusso di informazioni possono essere difficili da gestire, anche per i più esperti. Il nuovo Blossom AI Hub nasce per questo. Il nostro AI Hub non vuole essere un centro per l’avanzamento tecnologico, ma innanzitutto un luogo di promozione di una mentalità aperta al cambiamento, utile a comprendere il momento. Il nostro scopo è poter affiancare e preparare aziende e persone ad affrontare il futuro a testa alta. Perché questa è la nostra idea di evoluzione, un’attitudine condivisa che tende ad abbracciare il futuro.

UNA COMUNITÀ VIBRANTE

La condivisione è un elemento fondamentale di questa attitudine al cambiamento. Ecco perché abbiamo scelto di dare vita a un Hub, perché il nostro scopo è quello di creare una comunità ampia, capace di comprendere dipendenti e imprenditori, esperti e appassionati, sempre spinti dalla voglia di cercare nuove soluzioni, imparare e scambiarsi idee, per ridefinire i confini dell’innovazione.

UN INVESTIMENTO NEL DOMANI

Al centro di tutto restano ovviamente le persone. Senza persone non c’è innovazione e tantomeno evoluzione. Per questo un elemento fondamentale è l’apprendimento continuo: nell’ultimo anno in Blossom abbiamo investito significativamente nella formazione interna, completando oltre 960 ore di formazione sull’IA in meno di quattro mesi, che hanno coinvolto tutti i nostri collaboratori.
Una missione che va oltre l’Intelligenza Artificiale, perché di fatto la formazione continua stimola le persone e aiuta a creare un ambiente sempre pronto ad cogliere le trasformazioni in atto nel tentativo di comprenderle al meglio.

VERSO IL FUTURO

Integrando l’IA nel nostro lavoro e investendo nella formazione, abbiamo acquisito consapevolezza strategica dei suoi migliori utilizzi, limitazioni e possibilità. Con il lancio del nostro AI Hub, ora siamo pronti a offrire un’ampia gamma di servizi per accompagnare i clienti nel loro percorso di conoscenza profonda e consapevole dell’IA nel loro lavoro.
Questo perché per noi il cambiamento non è un concetto astratto, ma il frutto concreto di una serie di scelte e azioni che possono essere apprese e applicate ovunque.
L’AI Hub è stato creato con l’obiettivo di condividere la nostra visione e le nostre ultime scoperte. Perché per noi, l’evoluzione è innanzitutto un mindset condiviso, un approccio positivo al cambiamento.

Culture
Ott 11 - 2023
Tempo di lettura: 5'

La forza statica della fotografia. Intervista a Giulio Di Sturco

Il vincitore di tre World Press Photo sul suo attuale lavoro: “Non mi importa della fotografia. Mi importa quello che una persona trova oltre le mie foto”.
Leggi l’intervista.

TEMPO DI LETTURA 10′
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Aerotropolis© Giulio Di Sturco

Giulio Di Sturco è uno dei fotografi di reportage più importanti d’Italia. Con i suoi scatti ha raccontato storie da tutto il mondo. Il suo “sguardo” ha spesso la straordinaria capacità di obbligare lo spettatore a fermarsi e domandarsi “Cosa sto guardando?”.

Lo raggiungiamo in video-call. Lui è collegato dal suo studio di Arles, capitale europea della fotografia. L’incontro è digitale, ma di Giulio ci arriva subito la verità, la concretezza. Sarà che è agosto, fa caldo e siamo tutti più rilassati, sarà quel suo accento ciociaro, ma nel giro di pochi secondi ci sentiamo a casa. E non una casa qualunque, ma la casa di un maestro della fotografia internazionale. Così ne approfittiamo, e iniziamo con una domanda che possa portarci dritti dentro la sua vita.

Aerotropolis© Giulio Di Sturco

D. Che cosa abbiamo interrotto con questa chiamata, Giulio?

R. Ti do due risposte, una meno formale e una più formale. La prima è che mia moglie e mia figlia di 4 anni sono andate in vacanza e quindi mi stavo godendo il silenzio e la solitudine (ndr: ride). No, in realtà sto editando un libro su un lavoro che ho finito… Cioè, non so ancora se è davvero finito, ma deve essere messo in ordine. È un progetto sulle città aeroporto (ndr: il progetto è Aerotropolis) che ho iniziato nel 2014. Ora ho stampato tutte le foto e le sto selezionando. Poi arriverà una curatrice di arte contemporanea che mi aiuterà a mettere insieme i pezzi. Sai, sui progetti di lunga durata, uno sguardo esterno è fondamentale. A me sembra sempre che manchi qualcosa, ma non è detto che sia così…

D. Che bella notizia! Ma prima di parlare di futuro, vorrei tornare alle origini. Quando hai capito che saresti diventato un fotografo?

R. Io vengo da quattro generazioni di fotografi. Sono di Roccasecca vicino a Cassino, un paese del basso Lazio, e durante la celebre battaglia di Montecassino il mio bisnonno faceva le foto ai soldati che scappavano dalla guerra. Poi mio nonno e i miei genitori hanno proseguito: loro avevano uno studio di paese che faceva ritratti. Ma all’inizio, come è normale, io escludevo questa ipotesi. Poi sono andato a studiare allo IED a Roma, e lì ho incontrato Angelo Turetta. Lui, che è uno dei fotografi di reportage più importanti d’Italia e un celebre fotografo di scena, ha un’energia, un modo di portarti dentro le storie, dentro il reportage, che mi piaceva parecchio. Lui è stato la luce che ha illuminato tutto.

D. Te lo ricordi il tuo primo lavoro di reportage?

R. Come no! Finita la scuola mi sono trasferito in Canada. A quel tempo andavano di moda i “city portrait”. Io andavo in giro e scattavo, e nel frattempo lavoravo con un fotografo di matrimoni italiani a Toronto. Mi vedevo questi matrimoni assurdi e giravo la città. Però più che “city portrait” io, di fatto, documentavo la mia esperienza… Quando poi sono tornato a casa, ho messo insieme il lavoro e l’ho inaspettatamente venduto ad “Amica”, un magazine che ai tempi faceva molti reportage. E quindi, da là, ho detto: “Figo!”. E ho cominciato a fare avanti e indietro dal Canada e dagli USA: andavo, scattavo, tornavo e vendevo i reportage. E così poi sono entrato nell’agenzia Grazia Neri.

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Ph. Giulio Di Sturco

Per me un progetto fotografico è come un film: devo avere una trama, raccontare una storia.

D. Tu hai sempre raccontato storie con le tue foto. Perché?

R. Sì. È così. Io non ho mai fatto cronaca pura, news. E non sono nemmeno mai riuscito a pensare a una foto singola. A me non interessa la bellezza della foto in sé. Ho sempre voluto mettere insieme delle foto per raccontare qualcosa.

D. Negli anni le tue storie erano via via sempre più “impegnate”. Come fotoreporter hai lavorato per tantissime Ong, per diverse agenzie delle Nazioni Unite e molte associazioni umanitarie. Come è successo?

R. È successo perché a un certo punto della mia vita mi sono trasferito in India. Per me è qui che inizia la mia vera carriera. In quel momento l’India era in completo boom economico. Tutti volevano storie sull’India e io ero un po’ diventato “il fotografo del sud-est Asiatico”. Prima ho cominciato a lavorare con il New York Times e il National Geographic e poi, da lì, sono iniziate le collaborazioni con Medici senza frontiere, Amnesty International, Save the Children e con alcune agenzie delle Nazioni Unite. Ed è stato con alcuni di questi lavori che ho conosciuto Blossom, peraltro… Ai tempi facevo foto in bianco e nero, con taglio molto drammatico.

D. Oggi i tuoi lavori continuano ad avere come oggetto tematiche sociali, ma hai completamente cambiato il tuo modo di fotografare. Perché?

R. A un certo punto, mentre ero in India, mi sembrava di rifare sempre le stesse storie. Avrebbe anche potuto andarmi bene: ormai sapevo quali foto funzionavano e come sostenere il lavoro di tante ONG. Ma temevo di andare un po’ con il pilota automatico, quindi, in quel momento, ho deciso di cercare altre soluzioni per parlare degli stessi temi.

A un certo punto della mia carriera ho deciso di cercare un linguaggio diverso, più metaforico.

D. È così che è nato il tuo progetto Gang Ma?

R. Sì, esatto. In quel momento ero interessato al cambiamento climatico e il Gange mi è servito per ribaltare il mio modo di fare reportage. Mentre prima io stavo in mezzo al Kashmir durante la guerra e tutto (troppo!) succedeva davanti a me, in questo caso mi ero messo sul Gange, dove non succedeva nulla. Lì non mi bastava piazzare la camera e fotografare al meglio tutto quello che di fatto già succedeva, lì dovevo scoprire il modo giusto per raccontare la mia storia, la mia idea.

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Gang Ma© Giulio Di Sturco

D. Ma perché sentivi così forte l’esigenza di trovare una nuova estetica?

R. Perché sentivo che c’era bisogno di nuove immagini per smuovere i pensieri delle persone. Quando si parlava di inquinamento delle acque, per esempio, in quel momento tutte le foto mostravano la bottiglietta di plastica in acqua. E quindi, secondo me, quella cosa lì non funzionava più. Bisognava trovare un modo più delicato, meno esplicito. O meglio, questo era quello che volevo fare. Quindi è nato Gang Ma, dove l’inquinamento è ciò che rende esteticamente belle le foto. Chiunque si può avvicinare a queste foto, attratto dai colori e dalle inquadrature, ma solo in un secondo momento si accorge che proprio la bellezza di colori è dovuta all’inquinamento. È sicuramente una fotografia meno immediata, ma per me più potente. Perché non è finita e lascia spazio di interpretazione prima, e di riflessione poi.

La fotografia non finita non è usa e getta. Richiede più tempo ma per me è più potente.

D. Da come la descrivi, direi una fotografia meno di reportage e più vicina all’arte contemporanea. Sei d’accordo?

R. Non saprei… Forse ora la mia fotografia occupa uno spazio intermedio fra il reportage e la fotografia fine art… Ma queste sono solo definizioni. Io, comunque, vengo dalla fotografia documentaria, dalle “cose vere”. Io devo farti sempre vedere una cosa reale. Però oggi voglio prendere una cosa reale e portarti in un’altra dimensione. Ma questo non vuole dire che non sia comunque una fotografia sociale o politica.

D. È questo che stai perseguendo anche nei tuoi attuali progetti?

R. Sì, per me è ancora così. Il fatto è che non voglio dire più se una cosa è giusta o sbagliata: siamo troppo esposti alle persone che danno dei giudizi senza realmente conoscere, e oggi è impossibile conoscere tutto. Per questo preferisco una fotografia non finita, perché rappresenta una “realtà” magari non conosciuta, magari ancora embrionale, e la porta all’attenzione delle persone.

Ti racconto un episodio: quando faccio delle mostre sulle città-aeroporto (l’ultima, recente a Padova), c’è gente che reagisce in una maniera super forte, gente che dice “Questo è l’inferno in terra!”; e altre che ne sono attratte, affascinate. Perché sono città finte, costruite, ma l’architettura è futuristica, ha una sua bellezza, dà l’idea di una città che funziona. Reazioni opposte alla stessa foto.

D. Come nascono i tuoi attuali progetti? Che cosa accende oggi la tua curiosità?

R. Mah, guardando i miei progetti con un po’ di prospettiva mi accorgo che sto lavorando sul futuro e sulle soluzioni che potrebbero essere normalità fra venti, trenta o cento anni. Le città-aeroporto sono i luoghi dove potremmo vivere un domani: città in cui l’aeroporto è al centro e tutto ruota attorno ad esso; una modifica strutturale che è un cambiamento antropologico. La pediatria di Bristol, in cui sto per girare un documentario video, invece salva bambini prematuri di 22 settimane che vent’anni fa non avevano una chance di sopravvivenza. Poi c’è il progetto sullo spazio e, in stand- by, uno sul trans-humanism, con una serie di fotografie di umanoidi che ho scattato in Cina… Tutto ciò che si spinge al limite del futuro prevedibile, insomma. Ti direi che faccio science fiction, però con foto di cose reali.

Ph. Giulio Di Sturco
Ph. Giulio Di Sturco
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Ph. Giulio Di Sturco

D. Hai uno scatto a cui sei più affezionato?

R. Uno? No, no… Perché la fotografia mi annoia…

D. Posso scriverlo? Guarda Giulio che lo uso come titolo se mi dici così…

R. (ndr: ride) E fu così che smisi di lavorare… No, ma è vero! La fotografia in sé è uno strumento. Mi interessa molto di più il concetto, l’idea, il progetto. E sai che c’è? Ad esempio, con il progetto sullo spazio, ogni volta penso di aver fatto la foto migliore della mia vita. Poi torno, ne scatto altre e quelle mi piacciono ancora di più. Insomma, quando farò la foto perfetta sarà quando andrò in pensione.

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Ph. Giulio Di Sturco

D. E invece che cosa ti piace guardare? Dove trovi le tue ispirazioni?

R. Te ne dico un’altra forte? (ndr: ride) La fotografia non mi interessa. Non la guardo più.

D. Di bene in meglio, direi… Ma in che senso?

R. No, seriamente, guardo pochissima fotografia perché so che mi rimane in testa e poi, anche inconsciamente, finirei per riprodurre delle cose già fatte. E quindi preferisco guardare altrove. Leggo tantissima science-fiction, guardo tante serie tv, molta arte: i surrealisti, i futuristi e De Chirico sono una grande fonte di ispirazione.

D. Per te la fotografia ha un potere?

R. Eh… questa è una delle grandi questioni sulla fotografia. Se me lo avessi chiesto dieci anni fa, ti avrei risposto che la fotografia cambia il mondo, che noi reporter diamo la parola a chi non ce l’ha, ecc… La verità è che non ci credo più. Adesso io non voglio cambiare niente.

D. E allora perché lo fai, se posso permettermi?

R. Perché la fotografia mi dà l’opportunità di entrare in dei posti che sarebbero inaccessibili. Perché mi permette di tirare fuori un’idea e aprire un dialogo con le persone che la guardano. Perché, comunque, la fotografia ha un grande valore, quella che io chiamo “forza statica”, perché la fotografia richiede tempo a chi la guarda e obbliga a riflettere, a farsi domande. Per me, oggi, questo è più forte che dire “guarda, qui c’è la guerra: questi sono i buoni e questi i cattivi”. Io credo che una foto possa dire (o non dire) molto di più di questo.

D. Il tuo sogno futuro?

R. Di continuare a fare quello che faccio, con la libertà con cui lo sto facendo. Perché, devo dì (ndr: dice con forte accento), io sono contento di tutto quello che ho fatto: dei premi, delle persone con cui ho lavorato, dei lavori, dei libri… Io posso solo essere felice perché nella vita sono stato veramente fortunato…

Per fare il fotografo serve avere tanta curiosità, intelligenza e un sacco di fortuna.

D: E tu quando sei stato fortunato?

R: Il primo World Press Photo è stata completamente una botta di culo!

D. Davvero non te l’aspettavi?

R: Assolutamente no. Avevo 25 anni. Ho inviato la candidatura solo perché un’amica ha insistito. Io non lo volevo mandare… E invece ho vinto. E a quei tempi, una vittoria del genere era l’equivalente di un Oscar cinematografico; quindi, ha sicuramente cambiato il corso della mia vita… Sarei un ingrato se dicessi il contrario.

Che si sia trattato di fortuna o no, quel che è certo è che Giulio Di Sturco da quel giorno di premi ne ha vinti molti altri. E nel corso degli anni non ha mai smesso di cercare storie nuove e modi sempre diversi per raccontarci cosa succede nel mondo. Fra chiari e scuri, problemi e innovazioni, il suo è un punto di vista prezioso che risveglia curiosità e conoscenze. Perché comunicare, a volte, significa porre le domande giuste, più che dare risposte.

Talks
Ott 11 - 2023
Tempo di lettura: 1'

The good news. La comunicazione può fare la differenza

Jon Lidén sembra aver vissuto cento vite. Antropologo, reporter di guerra, giornalista, speech writer per il WHO e direttore comunicazione di una grande NGO, Lidén ha più volte sperimentato gli effetti che la comunicazione può avere sul mondo. Oggi è Senior Strategy Advisor di Blossom, e ci ha raccontato la sua straordinaria storia.

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Nel mondo della comunicazione per il sociale, quando una campagna strategica funziona può sprigionare una potenza straordinaria. Convincere i policy makers, mobilitare la società civile, e riuscire a portare finanziamenti cruciali per cause sociali può letteralmente cambiare il corso della storia. Vi sembra esagerato? Vi basterà ascoltare le parole di Jon Lidén per capire che non lo è.

Jon Lidén, nato in Norvegia ma vissuto in tutto il mondo, oggi è Global Health Senior Strategy Advisor di Blossom e, più in generale, uno dei massimi esperti internazionali di campagne di mobilitazione e fundraising per le cause umanitarie, specialmente nell’ambito della salute.

Nel corso della sua intervista, Jon ci ha portato dal divano di casa sua a Ginevra alle Filippine, passando per l’Africa, la Cambogia, le guerre, i conflitti, la politica, le pandemie, i tavoli del WHO e i grandi eventi di charity. Ci ha raccontato di tutte quelle volte che la giusta combinazione di messaggi ricchi di senso e azioni hanno saputo innescare reazioni a catena positive e risultati tangibili per il bene comune. Ovvero, ci ha raccontato di tutte quelle volte che la comunicazione è stata un mezzo per generare un vero impatto e rendere, almeno in parte, il mondo un luogo migliore.

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