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Insights
Ott 28 - 2022
Tempo di lettura: 3'

A New Season

My two cents. L’editoriale di Giacomo Frigerio.

Siamo nel mezzo di un caldo autunno cioè, cazzo, bello! È una seconda primavera, roba che invidiavo ai miei amici romani ma che ormai è anche nostra. Una novità.

Un nuovo clima, una nuova guerra, ma anche nuove persone, nuove sfide, un nuovo sito.
Il nuovo a volte è spaventoso. A volte è evoluzione.
E dentro l’evoluzione gli uomini sono chiamati a rischiare, a mettersi in gioco e a prendersi nuove responsabilità. A cercare, come esploratori, come il Colombo che una certa cultura vuole cancellare, il senso delle cose.

Noi siamo questi uomini e queste donne in cerca, in costante evoluzione. Mossi da un’irrequietudine che non ci fa dormire la notte e che ci fa domandare se stiamo facendo le cose giuste. Per noi, per i nostri clienti, per le persone che ci vogliono bene, noi vogliamo farci domande. E anche fare domande alle persone con cui stiamo tutti i giorni, metterci in discussione, cambiare abitudini, aprire nuove porte, fare entrare nuove persone, essere sempre alla ricerca, instancabile, di un cazzo di senso.

Noi stiamo tentando di fare questo, che poi è il lavoro di chi fa strategia, creatività, di chi è un artigiano anche se lavora con il pensiero e con i pixel. Perché senza farsi domande non si va da nessuna parte, senza un senso nelle risposte, la verità non viene a galla e viene meno la bellezza che vogliamo abbiano le cose che facciamo tutti i giorni.

Stiamo ripartendo per l’ennesima svolta che questo posto che si chiama Blossom prende.
Sono sicuro che molti stavano meglio dove erano prima, dove tutto era chiaro e sicuro, ma la strada è impervia. A quelli che viaggiano con noi chiediamo di fare il loro pezzo di cammino, di mettersi alla ricerca di un nuovo senso, di un nuovo modo di fare, di nuove cose bellissime che si celano dietro questo cambiamento che dobbiamo fare, insieme.

14 anni fa abbiamo voluto prendere una strada senza sapere dove ci avrebbe portato ma con un’idea chiara: chiunque sarà con noi dovrà essere trattato con rispetto, quello che ogni uomo e ogni donna, con la sua unicità, si meritano. E ci abbiamo provato.

Sulla strada abbiamo incontrato persone con storie diverse e ce ne siamo innamorati, a tal punto da chiedergli di camminare insieme, di costruire un’ipotesi di lavoro e di convivenza quotidiana diversa.

Io e mia sorella Valentina, che con me ha iniziato questo cammino, andavamo insieme ai concerti punk negli anni ’90 e in quel mondo abbiamo imparato il senso del DIY e della comunità. Abbiamo trattenuto il positivo di quella cultura che abbiamo fatto nostra e lo abbiamo messo in un’ipotesi per cui chi viene in Blossom si possa sentire accolto e rispettato. Abbiamo fortemente voluto creare un posto dove la gente potesse crescere e chissà, nel caso poi, andare e fare un pezzo di strada altrove.

Nel corso delle varie svolte, infatti, alcuni ci hanno lasciato per andare a esplorare nuove strade, e sono contento perché si porteranno dietro un pezzo in più che hanno potuto sviluppare qui dentro. Mi viene in mente Gianluca, un creativo di Lecce passato da New York e transitato in Blossom per tre anni, che è poi tornato nel suo Salento a creare una realtà che portasse spirito positivo e posti di lavoro in una terra dalla quale solitamente i giovani se ne vanno. Ciao Gianlu.

Ora siamo davanti all’ennesima evoluzione di Blossom. E fra le tante novità c’è anche questa che state scrollando: si chiama Snap ed è il nostro primo magazine. È un tentativo di condividere con chi ci incrocia digitalmente quello in cui crediamo, come lo facciamo e le persone che incontriamo.
La strada negli anni è cambiata tante volte ma noi ci siamo sempre stati a queste svolte, perché abbiamo imparato che le curve e le salite alla fine nascondono sorprese affascinanti, e che per stupirsi ogni volta basta solo avere gli occhi ben aperti e guardarsi intorno.

Snap inizia con interviste e articoli che, attraverso le parole di altri, raccontano di noi e della nostra cultura.

I primi articoli di Snap raccontano di questo, di quello spirito di cui parlavo prima, di quello che ci ha fatto nascere e arrivare fino a qui. Ma anche di quello che amiamo e dello stupore che proviamo ogni volta incontriamo, dentro e fuori Blossom, qualcuno che ci accende e ci sprona.

A me è appena successo.
Qualche mese fa è uscito l’ultimo disco di Paolo Nutini, artista scozzese con papà italiano. Ho letto una sua intervista in cui parla dei 7 anni di silenzio tra un disco e un altro, e a una domanda sulla felicità lui risponde così «Quella è una cosa che tutti vogliono, ma è difficile, richiede tempo, e quando mi chiedono se ho una vita felice la risposta è che non ne ho idea. Però se la domanda è “Voglio essere felice?” La risposta è sì, lo voglio. Sono felice in questo momento? Sì, lo sono. Da qui a un anno la mia vita sarà piena di musica e non potrei chiedere di più».

Noi non ci potremo mai proporre come risposta alla domanda di felicità delle persone, ma sicuramente vogliamo continuare ad essere un posto di lavoro dove le persone possano sentirsi libere di portare tutte loro stesse con le loro fatiche, i loro successi, le loro incertezze e, in qualche modo, proseguire in questa ricerca che accomuna tutti gli esseri umani, quella per la felicità.

“While the rivers are many, we dawn clear to the sea”
Everywhere, Paolo Nutini

Utilities / News
Mag 16 - 2024
Tempo di lettura: 1'

Come rendere una convention coinvolgente: il nostro concept-evento per Illumia

Da Giacomo Poretti a Nicola Laurora: una plenaria con ospiti speciali ed esperienze immersive ispirate ai nuovi valori di brand.

Quella del 2024 è stata un’edizione speciale del Give&Go, l’incontro annuale di Illumia dedicato alla riflessione sui traguardi aziendali e al lancio dei nuovi obiettivi. Il momento per celebrare il milione di clienti raggiunto, rivelare i nuovi brand values e ispirare collaboratori e dipendenti ad affrontare il futuro con un’attitudine positiva. Per questo, abbiamo lavorato in sinergia con Illumia per creare un evento che potesse far sentire ognuno parte di questo cambiamento.

Velocità, coraggio, bellezza, fiducia, conoscenza, gratuità: abbiamo presentato i sei nuovi valori di Illumia come sei spinte per cambiare; sei strumenti utili per ogni dipendente per affrontare le sfide future col mindset giusto.

Sulla base di questi, abbiamo ideato e costruito diverse esperienze che hanno unito storia, sport e street art, con alcuni special guest: Francesco Seveso (allenatore di boxe e psicologo sportivo di un giovanissimo Charles Leclerc), lo storico medievalista Federico Canaccini, l’illustratore Nicola “Nico189” Laurora (che ha dipinto un murales, coinvolgendo direttamente i dipendenti nella sua realizzazione) e l’attore Giacomo Poretti, che ha chiuso la convention con un monologo e un’intervista.

Oltre al concept-evento, abbiamo anche realizzato tutti i materiali di comunicazione: contenuti audio, video, grafiche e gadget.

Siamo consulenti di comunicazione di Illumia da nove anni: siamo orgogliosi di accompagnare l’azienda anche nell’evoluzione in atto, e di aver contribuito a rendere questa plenaria così significativa un’esperienza memorabile, coinvolgente e innovativa.

Innovation / News
Mar 29 - 2024
Tempo di lettura: 1'

Blossom ai microfoni di Radio24

Il nostro Chief AI Officer, Mauro Arena, parla di innovazione nel podcast di Anna Marino “I lavori di domani”

Nell’universo in continua espansione dell’intelligenza artificiale, distinguersi non significa semplicemente cavalcare l’onda delle novità, ma contribuire attivamente a darle forma in un sistema interno in continua evoluzione, pronto ad essere condiviso con i Brand che collaborano con Blossom. Proprio in quest’ottica, il nostro Chief AI Officer Mauro Arena ha avuto l’onore di essere ospitato nel podcast di Radio24 “I Lavori di Domani” condotto dalla giornalista Anna Marino.

Mauro ha ripercorso il suo personale viaggio professionale, che lo ha visto evolvere da Digital Art Director a Creative Digital Strategist, fino a ricoprire le cariche di Creative Innovation Officer e, attualmente, di Chief AI Officer. Un percorso emblematico dell’importanza che Blossom attribuisce all’innovazione, dimostrando come la nostra agenzia non si accontenti di navigare le acque del cambiamento, ma assuma il ruolo di catalizzatore di trasformazione.

Ascolta l’intervista completa su Radio24 e scopri come Blossom si posiziona all’avanguardia dell’innovazione.

Entertainment / Tips
Mar 28 - 2024
Tempo di lettura: 4'

Come stare al passo con l’IA? Ecco le voci da seguire

Entra nel cuore dell’innovazione ascoltando le voci e le opinioni che stanno plasmando il nostro futuro. Scopri chi seguire e… Tieni il passo con le ultime novità!

Nel frenetico mondo dell’intelligenza artificiale, restare al passo è un elemento imprescindibile per la crescita professionale. Ma con la moltitudine di canali e fonti che esistono là fuori, scegliere le voci che valgono può diventare una ricerca impegnativa e far perdere molto tempo.

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Letture e ascolti: ecco la nostra lista

Per rispondere a questa esigenza di restare aggiornati, abbiamo rintracciato voci autorevoli provenienti da varie industrie, culture e discipline. Perché crediamo che sia cruciale diversificare le fonti per esplorare notizie e conoscenze sempre fresche.

Ecco, quindi, la nostra lista di persone e podcast che fareste bene a seguire se siete desiderosi – come noi – di esplorare le ultime innovazioni nel campo dell’intelligenza artificiale.

VISIONARI CAPACI DI INFLUENZARE IL FUTURO

Geoff Hinton: Il Padre del Deep Learning

Perché seguirlo? Il lavoro innovativo di Hinton sulle reti neurali e sull’IA ha aperto la strada per l’apprendimento automatico contemporaneo. Ex Google, Hinton rimane oggi al timone del futuro dell’AI.
Dove seguirlo? Su YouTube, sul suo feed su X/Twitter e attraverso le sue pubblicazioni su Google Scholar.

 

Andrej Karpathy: tra AI e società

Perché seguirlo? Precedentemente Direttore dell’IA in Tesla e membro del team fondatore di OpenAI, Karpathy ha uno sguardo unico sull’integrazione dell’IA nel tessuto della società e sulle sfide della tecnologia.
Dove seguirlo? Sul suo account X/Twitter, sul suo sito web e sul canale YouTube.

 

Fei-Fei Li: sostenitrice dell’AI Etica

Perché seguirla? Membro dell’Institute for Human-Centered AI di Stanford, Li mette forte enfasi sull’uso etico dell’IA, un’area sempre più critica nello sviluppo della tecnologia.
Dove seguirla? Su YouTube si possono trovare le sue interessanti interviste con considerazioni e approfondimenti sull’IA etica.

PODCAST E PODCASTER CHE MERITANO L’ASCOLTO

AI Chats di Jaeden Schafer

Perché ascoltarlo? Perchè questo podcast esplora il mondo di ChatGPT, le ultime notizie sull’IA e il suo impatto sulla nostra vita quotidiana con discussioni approfondite e interviste con i principali esperti del settore. Jaeden Schafer, riconosciuto a livello globale come uno dei migliori podcaster sull’IA, guida la conversazione di ogni episodio combinando rigore accademico e esperienza pratica.

Practical AI: The capacity for good

Perché ascoltarlo?Perché è un podcast che esplora il lato positivo dell’intelligenza artificiale. La serie parla dell’intersezione tra automazione AI, supporto clienti e customer experience e approfondisce storie vere di come l’IA abbia migliorato la vita delle persone.

The AI Breakdown di Nathaniel Whittermore

Perché ascoltarlo? Questo podcast è un’analisi giornaliera delle notizie su tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale: dall’esplosione di creatività portata da strumenti come Midjourney, ChatGPT e AutoGPT alle potenziali trasformazioni nel lavoro e nelle industrie. Whittermore è un consulente indipendente di strategia e comunicazione, nonché un podcaster esperto.

Last Week in AI

Perché ascoltarlo? Perché è un appuntamento settimanale che riassume e discute gli sviluppi più interessanti nel campo dell’IA, nel deep learning, nella robotica e molto altro ancora!

Hard Fork – The New York Times

Perché ascoltarlo? Ogni settimana, i giornalisti Kevin Roose e Casey Newton esplorano e spiegano gli ultimi cambiamenti nel mondo – sempre in rapida evoluzione- della tecnologia.

ESPLORIAMO PER CRESCERE

Il mondo dell’IA pullula di innovazioni e di discussioni, e trovare dei punti di riferimento può essere molto utile. In questo campo in continua evoluzione, le voci più interessanti possono infatti aiutarci ad arricchire le nostre conoscenze, ma anche ispirarci e guidare le scelte utili per la nostra crescita. Che tu sia dirigente, imprenditore o studente non importa, in questo momento siamo tutti chiamati a misurarci con qualcosa di nuovo, che non conosciamo. Quindi, non ci resta che restare curiosi, informati e, soprattutto, non smettere mai di cercare!

Innovation / Insights
Feb 14 - 2024
Tempo di lettura: 3'

Blossom AI HUB. Che cosa intendiamo per evoluzione

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione digitale e stiamo per assistere a un cambiamento epocale: qualcosa che andrà oltre la tecnologia e che è pronto a diventare parte del nostro tessuto sociale e culturale.
Più o meno consapevolmente, ci stiamo sempre più allontanando dai metodi tradizionali e, mentre abbracciamo l’intelligenza artificiale, stiamo già vedendo i primi grandi cambiamenti nelle interazioni umane, nell’industria e nei sistemi di potere.

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IL LUOGO DEL CAMBIAMENTO

Il fatto è che, con la vita che procede a un ritmo sempre più veloce e con un panorama tecnologico in costante evoluzione, è facile sentirsi sopraffatti. Il bombardamento di novità digitali e il continuo afflusso di informazioni possono essere difficili da gestire, anche per i più esperti. Il nuovo Blossom AI Hub nasce per questo. Il nostro AI Hub non vuole essere un centro per l’avanzamento tecnologico, ma innanzitutto un luogo di promozione di una mentalità aperta al cambiamento, utile a comprendere il momento. Il nostro scopo è poter affiancare e preparare aziende e persone ad affrontare il futuro a testa alta. Perché questa è la nostra idea di evoluzione, un’attitudine condivisa che tende ad abbracciare il futuro.

UNA COMUNITÀ VIBRANTE

La condivisione è un elemento fondamentale di questa attitudine al cambiamento. Ecco perché abbiamo scelto di dare vita a un Hub, perché il nostro scopo è quello di creare una comunità ampia, capace di comprendere dipendenti e imprenditori, esperti e appassionati, sempre spinti dalla voglia di cercare nuove soluzioni, imparare e scambiarsi idee, per ridefinire i confini dell’innovazione.

UN INVESTIMENTO NEL DOMANI

Al centro di tutto restano ovviamente le persone. Senza persone non c’è innovazione e tantomeno evoluzione. Per questo un elemento fondamentale è l’apprendimento continuo: nell’ultimo anno in Blossom abbiamo investito significativamente nella formazione interna, completando oltre 960 ore di formazione sull’IA in meno di quattro mesi, che hanno coinvolto tutti i nostri collaboratori.
Una missione che va oltre l’Intelligenza Artificiale, perché di fatto la formazione continua stimola le persone e aiuta a creare un ambiente sempre pronto ad cogliere le trasformazioni in atto nel tentativo di comprenderle al meglio.

VERSO IL FUTURO

Integrando l’IA nel nostro lavoro e investendo nella formazione, abbiamo acquisito consapevolezza strategica dei suoi migliori utilizzi, limitazioni e possibilità. Con il lancio del nostro AI Hub, ora siamo pronti a offrire un’ampia gamma di servizi per accompagnare i clienti nel loro percorso di conoscenza profonda e consapevole dell’IA nel loro lavoro.
Questo perché per noi il cambiamento non è un concetto astratto, ma il frutto concreto di una serie di scelte e azioni che possono essere apprese e applicate ovunque.
L’AI Hub è stato creato con l’obiettivo di condividere la nostra visione e le nostre ultime scoperte. Perché per noi, l’evoluzione è innanzitutto un mindset condiviso, un approccio positivo al cambiamento.

Culture
Ott 11 - 2023
Tempo di lettura: 5'

La forza statica della fotografia. Intervista a Giulio Di Sturco

Il vincitore di tre World Press Photo sul suo attuale lavoro: “Non mi importa della fotografia. Mi importa quello che una persona trova oltre le mie foto”.
Leggi l’intervista.

TEMPO DI LETTURA 10′
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Aerotropolis© Giulio Di Sturco

Giulio Di Sturco è uno dei fotografi di reportage più importanti d’Italia. Con i suoi scatti ha raccontato storie da tutto il mondo. Il suo “sguardo” ha spesso la straordinaria capacità di obbligare lo spettatore a fermarsi e domandarsi “Cosa sto guardando?”.

Lo raggiungiamo in video-call. Lui è collegato dal suo studio di Arles, capitale europea della fotografia. L’incontro è digitale, ma di Giulio ci arriva subito la verità, la concretezza. Sarà che è agosto, fa caldo e siamo tutti più rilassati, sarà quel suo accento ciociaro, ma nel giro di pochi secondi ci sentiamo a casa. E non una casa qualunque, ma la casa di un maestro della fotografia internazionale. Così ne approfittiamo, e iniziamo con una domanda che possa portarci dritti dentro la sua vita.

Aerotropolis© Giulio Di Sturco

D. Che cosa abbiamo interrotto con questa chiamata, Giulio?

R. Ti do due risposte, una meno formale e una più formale. La prima è che mia moglie e mia figlia di 4 anni sono andate in vacanza e quindi mi stavo godendo il silenzio e la solitudine (ndr: ride). No, in realtà sto editando un libro su un lavoro che ho finito… Cioè, non so ancora se è davvero finito, ma deve essere messo in ordine. È un progetto sulle città aeroporto (ndr: il progetto è Aerotropolis) che ho iniziato nel 2014. Ora ho stampato tutte le foto e le sto selezionando. Poi arriverà una curatrice di arte contemporanea che mi aiuterà a mettere insieme i pezzi. Sai, sui progetti di lunga durata, uno sguardo esterno è fondamentale. A me sembra sempre che manchi qualcosa, ma non è detto che sia così…

D. Che bella notizia! Ma prima di parlare di futuro, vorrei tornare alle origini. Quando hai capito che saresti diventato un fotografo?

R. Io vengo da quattro generazioni di fotografi. Sono di Roccasecca vicino a Cassino, un paese del basso Lazio, e durante la celebre battaglia di Montecassino il mio bisnonno faceva le foto ai soldati che scappavano dalla guerra. Poi mio nonno e i miei genitori hanno proseguito: loro avevano uno studio di paese che faceva ritratti. Ma all’inizio, come è normale, io escludevo questa ipotesi. Poi sono andato a studiare allo IED a Roma, e lì ho incontrato Angelo Turetta. Lui, che è uno dei fotografi di reportage più importanti d’Italia e un celebre fotografo di scena, ha un’energia, un modo di portarti dentro le storie, dentro il reportage, che mi piaceva parecchio. Lui è stato la luce che ha illuminato tutto.

D. Te lo ricordi il tuo primo lavoro di reportage?

R. Come no! Finita la scuola mi sono trasferito in Canada. A quel tempo andavano di moda i “city portrait”. Io andavo in giro e scattavo, e nel frattempo lavoravo con un fotografo di matrimoni italiani a Toronto. Mi vedevo questi matrimoni assurdi e giravo la città. Però più che “city portrait” io, di fatto, documentavo la mia esperienza… Quando poi sono tornato a casa, ho messo insieme il lavoro e l’ho inaspettatamente venduto ad “Amica”, un magazine che ai tempi faceva molti reportage. E quindi, da là, ho detto: “Figo!”. E ho cominciato a fare avanti e indietro dal Canada e dagli USA: andavo, scattavo, tornavo e vendevo i reportage. E così poi sono entrato nell’agenzia Grazia Neri.

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Ph. Giulio Di Sturco

Per me un progetto fotografico è come un film: devo avere una trama, raccontare una storia.

D. Tu hai sempre raccontato storie con le tue foto. Perché?

R. Sì. È così. Io non ho mai fatto cronaca pura, news. E non sono nemmeno mai riuscito a pensare a una foto singola. A me non interessa la bellezza della foto in sé. Ho sempre voluto mettere insieme delle foto per raccontare qualcosa.

D. Negli anni le tue storie erano via via sempre più “impegnate”. Come fotoreporter hai lavorato per tantissime Ong, per diverse agenzie delle Nazioni Unite e molte associazioni umanitarie. Come è successo?

R. È successo perché a un certo punto della mia vita mi sono trasferito in India. Per me è qui che inizia la mia vera carriera. In quel momento l’India era in completo boom economico. Tutti volevano storie sull’India e io ero un po’ diventato “il fotografo del sud-est Asiatico”. Prima ho cominciato a lavorare con il New York Times e il National Geographic e poi, da lì, sono iniziate le collaborazioni con Medici senza frontiere, Amnesty International, Save the Children e con alcune agenzie delle Nazioni Unite. Ed è stato con alcuni di questi lavori che ho conosciuto Blossom, peraltro… Ai tempi facevo foto in bianco e nero, con taglio molto drammatico.

D. Oggi i tuoi lavori continuano ad avere come oggetto tematiche sociali, ma hai completamente cambiato il tuo modo di fotografare. Perché?

R. A un certo punto, mentre ero in India, mi sembrava di rifare sempre le stesse storie. Avrebbe anche potuto andarmi bene: ormai sapevo quali foto funzionavano e come sostenere il lavoro di tante ONG. Ma temevo di andare un po’ con il pilota automatico, quindi, in quel momento, ho deciso di cercare altre soluzioni per parlare degli stessi temi.

A un certo punto della mia carriera ho deciso di cercare un linguaggio diverso, più metaforico.

D. È così che è nato il tuo progetto Gang Ma?

R. Sì, esatto. In quel momento ero interessato al cambiamento climatico e il Gange mi è servito per ribaltare il mio modo di fare reportage. Mentre prima io stavo in mezzo al Kashmir durante la guerra e tutto (troppo!) succedeva davanti a me, in questo caso mi ero messo sul Gange, dove non succedeva nulla. Lì non mi bastava piazzare la camera e fotografare al meglio tutto quello che di fatto già succedeva, lì dovevo scoprire il modo giusto per raccontare la mia storia, la mia idea.

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Gang Ma© Giulio Di Sturco

D. Ma perché sentivi così forte l’esigenza di trovare una nuova estetica?

R. Perché sentivo che c’era bisogno di nuove immagini per smuovere i pensieri delle persone. Quando si parlava di inquinamento delle acque, per esempio, in quel momento tutte le foto mostravano la bottiglietta di plastica in acqua. E quindi, secondo me, quella cosa lì non funzionava più. Bisognava trovare un modo più delicato, meno esplicito. O meglio, questo era quello che volevo fare. Quindi è nato Gang Ma, dove l’inquinamento è ciò che rende esteticamente belle le foto. Chiunque si può avvicinare a queste foto, attratto dai colori e dalle inquadrature, ma solo in un secondo momento si accorge che proprio la bellezza di colori è dovuta all’inquinamento. È sicuramente una fotografia meno immediata, ma per me più potente. Perché non è finita e lascia spazio di interpretazione prima, e di riflessione poi.

La fotografia non finita non è usa e getta. Richiede più tempo ma per me è più potente.

D. Da come la descrivi, direi una fotografia meno di reportage e più vicina all’arte contemporanea. Sei d’accordo?

R. Non saprei… Forse ora la mia fotografia occupa uno spazio intermedio fra il reportage e la fotografia fine art… Ma queste sono solo definizioni. Io, comunque, vengo dalla fotografia documentaria, dalle “cose vere”. Io devo farti sempre vedere una cosa reale. Però oggi voglio prendere una cosa reale e portarti in un’altra dimensione. Ma questo non vuole dire che non sia comunque una fotografia sociale o politica.

D. È questo che stai perseguendo anche nei tuoi attuali progetti?

R. Sì, per me è ancora così. Il fatto è che non voglio dire più se una cosa è giusta o sbagliata: siamo troppo esposti alle persone che danno dei giudizi senza realmente conoscere, e oggi è impossibile conoscere tutto. Per questo preferisco una fotografia non finita, perché rappresenta una “realtà” magari non conosciuta, magari ancora embrionale, e la porta all’attenzione delle persone.

Ti racconto un episodio: quando faccio delle mostre sulle città-aeroporto (l’ultima, recente a Padova), c’è gente che reagisce in una maniera super forte, gente che dice “Questo è l’inferno in terra!”; e altre che ne sono attratte, affascinate. Perché sono città finte, costruite, ma l’architettura è futuristica, ha una sua bellezza, dà l’idea di una città che funziona. Reazioni opposte alla stessa foto.

D. Come nascono i tuoi attuali progetti? Che cosa accende oggi la tua curiosità?

R. Mah, guardando i miei progetti con un po’ di prospettiva mi accorgo che sto lavorando sul futuro e sulle soluzioni che potrebbero essere normalità fra venti, trenta o cento anni. Le città-aeroporto sono i luoghi dove potremmo vivere un domani: città in cui l’aeroporto è al centro e tutto ruota attorno ad esso; una modifica strutturale che è un cambiamento antropologico. La pediatria di Bristol, in cui sto per girare un documentario video, invece salva bambini prematuri di 22 settimane che vent’anni fa non avevano una chance di sopravvivenza. Poi c’è il progetto sullo spazio e, in stand- by, uno sul trans-humanism, con una serie di fotografie di umanoidi che ho scattato in Cina… Tutto ciò che si spinge al limite del futuro prevedibile, insomma. Ti direi che faccio science fiction, però con foto di cose reali.

Ph. Giulio Di Sturco
Ph. Giulio Di Sturco
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Ph. Giulio Di Sturco

D. Hai uno scatto a cui sei più affezionato?

R. Uno? No, no… Perché la fotografia mi annoia…

D. Posso scriverlo? Guarda Giulio che lo uso come titolo se mi dici così…

R. (ndr: ride) E fu così che smisi di lavorare… No, ma è vero! La fotografia in sé è uno strumento. Mi interessa molto di più il concetto, l’idea, il progetto. E sai che c’è? Ad esempio, con il progetto sullo spazio, ogni volta penso di aver fatto la foto migliore della mia vita. Poi torno, ne scatto altre e quelle mi piacciono ancora di più. Insomma, quando farò la foto perfetta sarà quando andrò in pensione.

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Ph. Giulio Di Sturco

D. E invece che cosa ti piace guardare? Dove trovi le tue ispirazioni?

R. Te ne dico un’altra forte? (ndr: ride) La fotografia non mi interessa. Non la guardo più.

D. Di bene in meglio, direi… Ma in che senso?

R. No, seriamente, guardo pochissima fotografia perché so che mi rimane in testa e poi, anche inconsciamente, finirei per riprodurre delle cose già fatte. E quindi preferisco guardare altrove. Leggo tantissima science-fiction, guardo tante serie tv, molta arte: i surrealisti, i futuristi e De Chirico sono una grande fonte di ispirazione.

D. Per te la fotografia ha un potere?

R. Eh… questa è una delle grandi questioni sulla fotografia. Se me lo avessi chiesto dieci anni fa, ti avrei risposto che la fotografia cambia il mondo, che noi reporter diamo la parola a chi non ce l’ha, ecc… La verità è che non ci credo più. Adesso io non voglio cambiare niente.

D. E allora perché lo fai, se posso permettermi?

R. Perché la fotografia mi dà l’opportunità di entrare in dei posti che sarebbero inaccessibili. Perché mi permette di tirare fuori un’idea e aprire un dialogo con le persone che la guardano. Perché, comunque, la fotografia ha un grande valore, quella che io chiamo “forza statica”, perché la fotografia richiede tempo a chi la guarda e obbliga a riflettere, a farsi domande. Per me, oggi, questo è più forte che dire “guarda, qui c’è la guerra: questi sono i buoni e questi i cattivi”. Io credo che una foto possa dire (o non dire) molto di più di questo.

D. Il tuo sogno futuro?

R. Di continuare a fare quello che faccio, con la libertà con cui lo sto facendo. Perché, devo dì (ndr: dice con forte accento), io sono contento di tutto quello che ho fatto: dei premi, delle persone con cui ho lavorato, dei lavori, dei libri… Io posso solo essere felice perché nella vita sono stato veramente fortunato…

Per fare il fotografo serve avere tanta curiosità, intelligenza e un sacco di fortuna.

D: E tu quando sei stato fortunato?

R: Il primo World Press Photo è stata completamente una botta di culo!

D. Davvero non te l’aspettavi?

R: Assolutamente no. Avevo 25 anni. Ho inviato la candidatura solo perché un’amica ha insistito. Io non lo volevo mandare… E invece ho vinto. E a quei tempi, una vittoria del genere era l’equivalente di un Oscar cinematografico; quindi, ha sicuramente cambiato il corso della mia vita… Sarei un ingrato se dicessi il contrario.

Che si sia trattato di fortuna o no, quel che è certo è che Giulio Di Sturco da quel giorno di premi ne ha vinti molti altri. E nel corso degli anni non ha mai smesso di cercare storie nuove e modi sempre diversi per raccontarci cosa succede nel mondo. Fra chiari e scuri, problemi e innovazioni, il suo è un punto di vista prezioso che risveglia curiosità e conoscenze. Perché comunicare, a volte, significa porre le domande giuste, più che dare risposte.

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